Santuario della Santa Casa di Loreto

Dove si custodiscono le autentiche pareti della casa di Nazareth

3 Traslazione Selva

Nella selva della Signora Loreta

In occasione del Terzo Centenario della Miracolosa Traslazione, nel 1595, il Papa Clemente VIII fece scolpire sul Rivestimento Marmoreo (lato est), a caratteri cubitali, un riassunto della storia della Santa  Casa, che venne a coronare ed a confermare tutte le dichiarazioni a lui anteriori dei Pontefici Romani. Egli, tra l’altro, così fece scrivere:

“Ospite cristiano che qui venisti per devozione o per voto, ammira la Santa Casa Loretana, venerabile in tutto il mondo per i misteri divini e per i miracoli. Qui nacque Maria SS.ma Madre di Dio, qui fu salutata dall’Angelo, qui s’incarnò l’eterno Verbo di Dio. Questa gli Angeli trasferirono dalla Palestina la prima volta in Dalmazia, a Tersatto, nell’anno 1291, sotto il pontificato di Niccolò IV. Tre anni dopo, all’inizio del Pontificato di Bonifacio VIII, per lo stesso ministero angelico, fu trasportata nel Piceno, vicino alla città di Recanati, in una selva, da cui, nello spazio di un anno, cambiato posto tre volte, qui ultimamente fissò la sede già da 300 anni. Da quel tempo commossi i popoli vicini di così stupenda novità ed in seguito per la fama dei miracoli largamente divulgata, questa Santa Casa ebbe grande venerazione presso tutte le genti, le cui mura senza fondamenta, dopo tanti secoli, rimangono stabili ed intere”.

In una lettera scritta in lingua latina e diretta al Cardinale Girolamo Della Rovere il 22 settembre 1479, il Beato Giovanni Spagnoli così riportava (in consonanza con un altro autore, Pier Giorgio di Tolomei, detto il Teramano, Governatore della Santa Casa, che scrisse una identica “Relazione” verso il 1472; ed anche Giacomo Ricci, che pure scrisse un libro ancor prima, intorno al 1469):

“Essendo venuto da poco presso la Santa Casa della Sacratissima Vergine Maria di Loreto e avendo veduto le cose mirabili che Dio opera in quel luogo (…) incominciai ad osservare ogni cosa con diligenza, ad ammirare l’ingente mole  (la Basilica in costruzione) e a leggere gli “ex-voto” affissi alle pareti. Ed ecco che ai miei occhi si presenta una tavoletta corrosa, per la lunga esposizione e per l’antichità, nella quale era scritta la ragione per cui quel luogo aveva raggiunta una così grande autorità. Allora io, acceso da pio zelo, affinché per l’incuria degli uomini, che di solito offusca anche le cose più insigni, non sia cancellato il ricordo di un fatto così meraviglioso, ho voluto raccogliere dalla tavoletta, consumata dal tarlo e dalla polvere, la serie dei fatti”.

E la serie dei fatti, che il Beato trascrive, è quella delle diverse “traslazioni miracolose” della Santa Casa, da Nazareth a Tersatto e da questa città a Loreto, prima in una selva di una signora di Recanati di nome “Loreta”, poi sul colle del campo di due fratelli in disaccordo tra loro e infine sulla pubblica strada. Continua il Beato Mantovano nel suo scritto:  “Tutte le cose che abbiamo detto più sopra, fatta eccezione di pochissime, che chiariscono e non alterano la storia, sono state prese, salva sempre la verità dello scritto, da un esemplare autentico della suddetta tabella, al quale bisogna prestar fede”.

Il Beato Mantovano afferma dunque l’esistenza al suo tempo (nel 1479) di due documenti (o “tavolette”) da lui letti: uno molto antico, logorato dal tempo e dal tarlo, l’altro più recente, esemplare o copia di quello antico, meglio leggibile. Non è dunque vero – come certuni sostengono – che la narrazione della “miracolosa” traslazione incominci in epoca tardiva, per una “alterazione leggendaria” dei fatti, e cioè verso la fine del sec. XV, con la relazione del Teramano e del Beato Mantovano: infatti entrambi raccolsero tale narrazione da quanto era stato scritto su una “tavoletta” antichissima (e da un’altra più recente e meglio leggibile) che, essendo affissa nella Chiesa di Loreto, doveva essere stata almeno approvata dalle Autorità Ecclesiastiche dell’epoca e, presumibilmente, la “tavoletta” più antica era certamente risalente proprio all’inizio degli eventi stessi accaduti e alla quale – dice il Beato Mantovano – “bisogna prestar fede”.

Alcuni storici attribuiscono l’esposizione della tavoletta antichissima al Beato Pietro Moluzii,  Vescovo della Diocesi di Macerata, alla quale era stato aggregato il territorio di Recanati dal Papa Giovanni XXII nel 1320. Il Beato Moluzzi, ufficialmente incaricato della custodia della Santa Casa dal Papa, fu un contemporaneo e quindi “un testimone” delle traslazioni miracolose e scrisse anche un primo libro (manoscritto) di tali eventi miracolosi, che venne diffuso con copie manoscritte e letto nelle scuole del XIV secolo.

La “tavoletta” riportata dal Beato Mantovano, pertanto, sia che sia stata esposta nel tempo dell’episcopato del Beato Pietro Moluzzi, sia che sia stata esposta con altri Vescovi precedenti o successivi, vi è da sottolineare come questi Vescovi dell’epoca (sotto la cui giurisdizione ricadeva la Santa Casa) mai avrebbero accondisceso alla narrazione e diffusione di “un fatto miracoloso” che essi sapevano non essere vero, essendo contemporanei o vicini all’epoca dei fatti narrati, e quindi facilmente vagliabili attraverso la consultazione dei testimoni diretti, ancora viventi, e che anche potevano “contraddire” e “sconfessare” direttamente (invece ciò non è mai avvenuto!) la “narrazione miracolosa” dei fatti esposta nella “tavoletta”.

Al contrario, “accettando” e “autorizzando” (direttamente o indirettamente) i Vescovi locali tale esposizione “miracolosa” dei fatti, tra l’altro mai contraddetta da alcuno, pubblicati nella “tavoletta” esposta nella Chiesa di Loreto, essi – fin dalle origini – ne hanno sempre riconosciuto “il valore storico veritiero”. Perciò, se la “tavoletta” è stata esposta a Loreto almeno per i primi due secoli, ciò è stato possibile perché deve avere avuto indubitabilmente “una approvazione ecclesiastica”, che ne legittimava “la veridicità” dei contenuti. E’ molto importante non dimenticare mai questa prassi costante delle Autorità Ecclesiastiche: cioè, che esse non avallano mai “un fatto miracoloso” se esso non è stato ampiamente studiato, discusso e “comprovato”; e solo alla fine viene “riconosciuto” “vero”, se “davvero” è “proprio” “vero”. 

Riguardo alle date delle “traslazioni miracolose” bisogna ricordare che nella lapide di Tersatto, ancor oggi esistente, e che riporta la prima traslazione miracolosa ivi avvenuta, è scritto: “Venne la Casa della Beata Vergine Maria da Nazarette a Tersatto l’anno 1291 allì 10 di maggio et si partì allì 10 di dicembre 1294”. Da tale lapide di Tersatto si deduce che la data di arrivo della Santa Casa nella selva della signora Loreta, nella zona recanatese, come anche oggi si celebra – cioè, il 10 dicembre 1294 – è stato un errore di interpretazione fatto da parte di un archivista di Recanati, Girolamo Angelita, che nel XVI secolo fissò erroneamente quella data come quella di arrivo nella zona recanatese, confondendola con quella di partenza da Tersatto. Infatti tale data (il 10 dicembre 1294) riguardava “la partenza” o “scomparsa” delle tre “Sante Pareti” della Santa Casa da Tersatto, da cui poi fu portata dagli angeli del Cielo “in vari luoghi” (tra cui Ancona, nel 1295), secondo come Gesù stesso rivelò a Santa Caterina da Bologna in una apparizione mistica del 25 marzo 1440.

Nella zona recanatese probabilmente la Santa Casa vi è giunta (anche secondo altri autori) alla fine del 1295. Ciò lo attesterebbe proprio il fatto che l’anno 1295, ad Ancona, è indicato come quello della “sosta” in quella città della Santa Casa: evento che fu precedente all’arrivo nella zona recanatese. Infatti ad Ancona – come già documentato in precedenti articoli – è accertato in maniera indiscutibile che la Santa Casa si fermò anche lì, per nove mesi, su una collina prospiciente il porto, nell’anno 1295. E quindi è logico dedurre che sia giunta nella zona recanatese sicuramente alla fine di quell’anno.

In Ancona vi era una lapide (purtroppo recentemente smarrita), e che si conservava nella Chiesa di Posatora, sulla collina ove la Santa Casa rimase nel 1295. In tale lapide, come attestano vari testimoni ancora viventi, era scritto, tra l’altro: “Quita futa reposata la Madona de Loreta…”, cioè “da qui è fuggita dopo essersi posata la Madonna di Loreta…”.

Tale lapide anconitana antichissima costituisce una conferma non solo della sosta miracolosa della Santa Casa sulla collina di Ancona (in località Posatora), ma conferma anche il motivo per il quale all’inizio della sua comparsa nella località Banderuola – dietro l’attuale stazione ferroviaria di Loreto – la Santa Casa veniva chiamata “di Loreta”: ciò perché il luogo selvoso e paludoso su cui la Santa Casa si era “posata” era di proprietà di una nobile signora recanatese di nome proprio “Loreta”  (da cui, poi, appunto è derivato anche il nome della cittadina di “Loreto”). Perciò i contemporanei degli anni delle Traslazioni Miracolose (come riportato nell’antichissima lapide di Ancona) identificavano il luogo recanatese di “sosta” della Santa Casa con l’espressionela Madona de Loreta”, intendendo riferirsi al fatto che Loreta era la proprietaria della Santa Casa della Madonna, perché era collocata sul suo terreno selvoso.

Poiché la lapide di Ancona risale alla fine del XIII secolo, o al massimo agli inizi del XIV secolo, costituisce anche “un reperto importantissimo”, e direi del tutto unico e straordinario, per confermare “il fatto storico” che la Santa Casa ha davvero sostato nella “selva della signora Loreta”, prima di essere collocata sul colle lauretano. La lapide anconitana – di cui esiste comunque una copia più recente, del XVI secolo – smentisce clamorosamente “la recente interpretazione razionalistica” che sia stato “uno solo” il luogo su cui la Santa Casa sarebbe stata trasportata (per “opera umana”): cioè solo quello sulla pubblica strada, sul colle lauretano, ove ancor oggi si trova.

Vi è da aggiungere ancora che, a conferma del racconto esposto nella “tavoletta” sopra ricordata, il Teramano aggiunse pure la testimonianza che a lui fecero, con giuramento, due anziani abitanti di Loreto del suo tempo: Paolo di Rinalduzio e Francesco il Priore. Il primo, che fu Rettore della Chiesa di Loreto, riferì al Teramano di aver saputo dal proprio avolo che il bisnonno di questo aveva visto con i suoi occhi la Santa Casa quando venne – “in volo” – sul mare, da dietro il Monte Conero, retrostante Ancona. Il secondo affermò che un suo avo aveva vissuto presso la Santa Casa e l’aveva visitata quando era ancora nella selva e poi quando fu portata “miracolosamente” sul campo dei due fratelli, prima di essere collocata definitivamente sulla pubblica strada.

Il luogo recanatese ove sostò inizialmente la Santa Casa, dietro l’attuale Stazione ferroviaria di Loreto, è ancor oggi chiamato “la Banderuola”, perché alcuni devoti, all’epoca della traslazione miracolosa in quel luogo, issarono una bandiera sulla cima di un altissimo pino, per far vedere da lontano – ai pellegrini che vi confluivano – il punto esatto ove si trovava la Santa Casa in mezzo alla selva.

Oggi certi “studiosi razionalisti” negano arbitrariamente, e contro gli stessi insegnamenti di tutti i Papi e i Santi, e contro tutte le innumerevoli documentazioni storiche e archeologiche ancor oggi esistenti, che la Santa Casa abbia “sostato” anche nella selva della signora Loreta, il cui fatto “miracoloso” è rievocato e mantenuto anche da una chiesetta ancora esistente e visitabile sul luogo stesso ove sostò per circa otto mesi la Santa Casa, tra la fine del 1295 e il 1296.

 Prof. GIORGIO NICOLINI

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